Ci sono pizzaioli che imparano un mestiere, e altri che ne fanno una missione. Lino Cerbone appartiene a quest’ultima categoria: un artigiano della pizza che ha trasformato la tradizione familiare in una ricerca personale, fatta di studio, disciplina e amore per la materia viva che è l’impasto.
“La mia passione mi è stata tramandata da mio padre”, racconta. “Purtroppo la distanza non mi ha permesso di averlo come maestro, ma il destino mi ha fatto incontrare lungo il cammino un mentore che è stato fondamentale per la mia crescita. Le mie prime pizze? Un’impresa. Avevo paura, ma la passione era più forte. Fin da subito ho capito che quella sarebbe stata la mia strada”.
Cerbone parla della pizza come si parla di una persona amata: con rispetto, curiosità e una costante voglia di capirla fino in fondo. “All’inizio lavoravo un impasto che non sentivo mio. Volevo comprenderlo fino alle radici, scoprire cosa lo rendeva leggero, digeribile e gustoso. Da lì è cominciato il mio percorso di ricerca“.
Oggi la sua pizza è il risultato di un equilibrio perfetto tra tecnica e sensibilità. “La mia pizza si distingue perché unisce tre elementi: passione, tecnica e qualità. Il mio preimpasto lievita tra le 48 e le 72 ore, viene lavorato con cura e rispetto dei tempi. Ma l’impasto, da solo, non basta: servono materie prime eccellenti e ingredienti che raccontino il territorio, spesso certificati Slow Food” afferma Cerbone.
Questa filosofia lo ha portato lontano. Nel Trofeo Caputo, una delle competizioni più prestigiose del settore, Lino Cerbone si è classificato settimo nella categoria “pizza contemporanea”: un risultato sorprendente, considerando che in gara c’erano oltre quaranta maestri pizzaioli da tutta Italia. “Mi ero iscritto quasi per caso, ma quella pizza era tutta farina del mio sacco. È stato un momento che non dimenticherò mai“.
Altro riconoscimento importante è arrivato con un articolo firmato da Antonella Amodio e pubblicato sul sito di Luciano Pignataro, una delle voci più autorevoli del giornalismo enogastronomico italiano. Un tributo meritato, che ha consacrato il suo lavoro e la sua identità di pizzaiolo moderno, capace di coniugare la lezione dei maestri con una visione personale.
Oggi, quando affronta una sfida, Cerbone lo fa con calma e sicurezza. “Mi basta ricordare quanta strada ho fatto. Ogni pizza che preparo è la sintesi di anni di prove, di errori, di esperimenti. Ma soprattutto di passione”.
Alla domanda su cosa direbbe a un giovane pizzaiolo, risponde senza esitazione: “Gli direi di metterci il cuore. E di non credere mai di sapere tutto. In questo mestiere non si smette mai di imparare: ogni giorno c’è qualcosa di nuovo, un prodotto da conoscere, un impasto da migliorare. L’evoluzione è parte integrante della nostra arte“.

Anche negli abbinamenti, Cerbone si muove con sensibilità e gusto. “Dipende sempre dagli ingredienti”, spiega. “Una pizza con salsiccia e friarielli, ad esempio, chiama una buona birra, mentre la mia ultima creazione – la Pizza Leone, con pomodorini rossi, prosciutto Jamón de Bellota 100% Pata Negra e formaggio al tartufo – si esprime al meglio con un calice di vino rosso elegante e strutturato”.
All’inizio era scettico su quell’abbinamento, confessa. “Poi, al primo assaggio, mi sono dovuto ricredere: il gusto era perfettamente equilibrato, gli ingredienti dialogavano tra loro in modo sorprendente. È una pizza che consiglio davvero di provare“.
Nel racconto di Lino Cerbone c’è tutto ciò che definisce un grande pizzaiolo contemporaneo: rispetto per la tradizione, coraggio di innovare, curiosità instancabile. Ma soprattutto, quella passione autentica che non teme il tempo, perché – come un buon impasto – più riposa, più si fortifica.
E forse è proprio qui il segreto del suo successo: saper aspettare, osservare, capire e poi creare, con la certezza che ogni pizza, quando nasce da mani sincere, porta con sé una storia che vale la pena raccontare.







