C’è un filo invisibile che unisce il primo sorriso di un cliente al morso di una pizza e la consapevolezza, maturata in quell’istante, di aver trovato la propria strada. Per Francesco Capece, quel momento non è stato solo l’inizio di un mestiere, ma il battesimo di una vocazione: fare pizza non come atto meccanico, ma come gesto identitario.
La sua pizza non è “più buona” per semplice paragone, ma si distingue per la cura dei dettagli e per un carattere ruvido, che mette in risalto ogni singolo ingrediente. Un equilibrio che nasce dal rispetto per la materia prima e da una filosofia radicata nel territorio: “Mozzarella e pomodoro sono casa mia – racconta – e anche da Milano mi sento ambasciatore di un’etica, non di un marchio”.
Capece si colloca stabilmente ai vertici non solo del panorama cittadino, ma di quello nazionale. Il suo impasto è il frutto di maturazioni precise, studiate per garantire leggerezza e digeribilità.
La stesura, più ampia rispetto al canone napoletano, richiama la tradizione salernitana, con un cornicione scenico ma funzionale al morso. Tutto avviene in un ambiente che è un manifesto: una cucina-laboratorio a vista, dove ogni gesto è visibile e nulla è lasciato al caso.
Qui nasce una materia viva, cotta con tecniche differenti – semplice, doppia cottura, fritta, al padellino – in base all’idea creativa, con un risultato sempre costante: pizze perfette, ben alveolate, dall’estetica cinematografica.
Tra le creazioni spicca il Ripieno (calzone), con una pronunciata curva che separa base e “tetto”, mantenendo la parte superiore asciutta e croccante, amplificando il contrasto di consistenze e regalando un autentico wow factor.
Non è una novità proporre assaggi di pizza al posto della classica porzione unica, ma qui la formula funziona: in 90 minuti si vive un’esperienza variegata ed elettrizzante. Non a caso, nove clienti su dieci optano per il percorso degustazione, proprio in un periodo in cui, nel fine dining, questo formato è in flessione.
Sul fronte dei riconoscimenti, Capece è fiero: “Confine nasce dal lavoro di tre professionisti, ma ricevere premi come ‘Pizzaiolo dell’anno’ per 50 Top Pizza e ‘Best Pizza Chef Under 35’ per Food & Wine è stato emozionante“.
Essere tra i migliori pizzaioli d’Italia e del mondo ripaga i sacrifici di quindici anni di attività. Dopo quasi dieci anni e due locali, ha capito che la vera sfida è la sostenibilità, economica e umana. E in un’epoca dove l’innovazione spesso cancella il passato, Capece rivendica un approccio ibrido: tecniche nuove sì, ma senza perdere artigianalità e contatto umano.
Le sue pizze nascono da ispirazione e metodo. La brigata partecipa al processo creativo, ma ogni piatto deve rispettare una regola d’oro: emozionare e restare riconoscibile.
Anche le pizze del passato restano attuali. Nessuna ricetta è “superata”, ogni creazione è parte di un percorso, come la Margherita, che resta un riferimento per semplicità e perfezione.
Alla vigilia di un grande evento, il sonno cede a una tensione positiva: la voglia di essere all’altezza delle aspettative, proprie e altrui.
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Ai giovani, Capece lascia un messaggio che va oltre le ricette: «Insegnerei disciplina e rispetto del ruolo. Io sono partito da zero, e se oggi sono qui è perché ho capito che la tecnica serve, ma è la disciplina a trasformare un lavoro in arte». Nel suo lavoro c’è una lezione più grande: innovare non vuol dire abbandonare il passato, ma portarlo con sé, dentro ogni impasto.






